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giornale di cantiere  

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23 marzo 2004
 
Panta rei
(antico detto degli idraulici)



22 marzo 2004

 
catena.jpgNon avevo mai visto da vicino una catena di montaggio. È successo in una piccola fabbrica dove tutti gli operai si chiamano per nome, niente di sconvolgente... eppure quei nastri che avanzano a piccoli scatti inarrestabili mi hanno fatto provare subito un'angoscia profonda.
Tutte le mattine ritrovarsi allo stesso posto, con gli stessi rumori, gli stessi odori, per compiere gli stessi gesti. Otto ore al giorno per anni, il nastro che avanza, il lavoro che non comincia e non finisce mai.

Certe volte si dimenticano i motivi di una scelta. Tra quelli che mi hanno portato ad amare questo mestiere c'è l'insofferenza per la routine assoluta, la passione per il vagare nomade (o randagio, certe volte) tra cantieri, clienti, compagni di lavoro sempre diversi. La soddisfazione che dà portare a termine quello che hai cominciato, la tensione nell'affrontare problemi sempre nuovi e sempre diversi. Tutto entro limiti piuttosto ristretti, ma sufficienti per non farti sentire un animale in gabbia. E sentire sulla pelle le stagioni che si rincorrono.




15 marzo 2004

 
tappvolante.JPGChe il tempo passa te ne accorgi quando al cinema rivedi un attore nella parte del vecchio padre. Cammina a fatica, leggermente piegato da una parte; i capelli radi e bianchi, rughe profonde e un sorriso spento. Fai fatica a riconoscerlo, poi ricordi. L'ultima volta che l'hai visto era l'energico capitano di un vascello spaziale. Pensi a un miracolo del trucco di scena, a qualche effetto digitale. Poi ricordi te stesso incollato davanti a Spazio 1999: un ragazzetto con n.° 3 peli di barba.

Che il tempo passa te ne accorgi quando vedi la foto di un tizio grassoccio, vestito di nero, stempiato e col pizzetto bianco. Sembra un biker attempato, ma la didascalia sentenzia "Peter Gabriel". Impossibile, c'è un errore.
Impossibile? Quanti anni avevi quando ascoltavi i dischi dei Genesis?

Che il tempo passa te ne accorgi quando torni nelle stesse case, negli stessi luoghi dove hai già lavorato. La piazzetta che una combriccola di pensionati riempiva di chiacchere e risate ora è vuota. Il ragazzo che s'intestadisce sul pianoforte è il bambino che ti raccontava storie lunghissime accozzando le prime dieci parole imparate. L'appartamento dove inciampavi ogni momento nei regali di nozze è da ristrutturare, dopo la separazione. La bambina che disegnava tappeti volanti adesso ci vola sopra.



07 marzo 2004

 
Scrive Leonardo:
Non è sempre divertente avere un blog, non sempre quello che scrivo mi piace (figurarsi se piace ad altri). Ma per me scrivere è importante. Non come professione: come libertà. Quando scrivo mi sento libero. Non so se sono libero davvero, ma sento la mia libertà. E ho questa idea (paranoide?) che sia una libertà da difendere coi denti. Se lunedì non scrivessi, non succederebbe niente di particolare. Ma martedì sarebbe più difficile rimettersi a scrivere. Il silenzio, la stanchezza, sono sempre in agguato. Ma se perdo la voglia di scrivere, per me è finita.


Per me la questione non è così drammatica, però se dopo quasi due anni non ho voglia di scrivere, qualcosa vorrà dire.
Sapere cosa...





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